La tenura della ruzzolaLa RUZZOLA di Petricci consiste in un disco di legno del diametro di 11 cm. spesso 1,2 cm, circondato da un disco di ferro, dello stesso diametro, di legname autoctono come Leccio, Cerro o Quercia (legni pesanti stagionati), ed un filo necessario ad avvolgerlo intorno ad essa per poterla lanciare.
Il gioco viene disputato a squadre, e consiste nel lanciare la ruzzola nel percorso stabilito cercando di raggiungere la massima distanza. Le squadre si alternano nei lanci e vince quella che raggiunge per prima il “Salmo” (sinonimo di traguardo o tappa).
A Petricci il gioco della ruzzola risale al diciannovesimo secolo, ed era in uso durante i giorni della Quaresima sino a quando il rifiorire della primavera rendeva difficile il recupero della ruzzola che usciva dal percorso stradale per finire fra le siepi, nella rigogliosa vegetazione.
E’ narrato dagli avi del paese che Leopoldo II Granduca di Toscana (1797-1870), in uno dei sui viaggi attraverso il Granducato, passando per Petricci e vedendo lungo la strada un gruppo di persone intente a lanciare la ruzzola, chiese spiegazioni del gioco essendo rimasto affascinato dall’abilità dei giocatori, ed in prima persona volle sperimentare tale esperienza.
In tempi remoti dove l’aggregazione era alla base dei rapporti sociali, questo gioco rappresentava un motivo di maggiore unione tra tutti i ceti sociali del paese, in un periodo religioso quale la Quaresima, dove tutte le altre feste in generale erano sospese.
Il gioco si svolgeva lungo le strade sterrate nei dintorni di Petricci. Si sfidavano le varie borgate, ognuna delle quali sceglieva i propri lanciatori a seconda del percorso stabilito in base all’abilità di ciascun lanciatore (potenza nel tiro nei rettilinei, specialista in curve a destra e a sinistra, dossi, salite e discese).
All’epoca il gioco era riservato esclusivamente agli uomini mentre alle donne spettava il compito di rifocillarli lungo il percorso della gara accompagnate dalla corte dei bambini. Esse portavano lungo il percorso panieri in Venco (ramoscelli di salice selvatico, detto Sancastra che cresce spontaneo lungo i corsi d’acqua), fatti a mano, usati per trasportare cacio, salsiccia, biscotti, pane e bicchieri, i quali venivano riempiti da un ottimo vino locale contenuto in fiasche rivestite anch’esse in Venco e trasportate a tracolla.
Quatto belle donneGli abiti in uso erano i medesimi dell’abbigliamento dell’epoca di stile contadino . Gonne lunghe increspate, talvolta in canapa nei colori dai toni riservati, con pizzi bianchi di rifinitura. Camicie di fustagno, tele grezze, velluti che venivano indossati insieme a bellissimi scialli in lana filata, lavorati a mano, cappelli di feltro e corpetti per gli uomini, fazzoletti legati nella nuca per le donne.
Non mancava mai nell’abbigliamento femminile lo zinale (grembiule) in ogni occasione ricorrente. Scarpe di vacchetta per uomini e donne ed a volte per i più facoltosi stivali in pelle più pregiata.
Ogni borgata aveva un proprio Ruzzolaio (Laboratorio di costruzione della Ruzzola) il quale teneva custoditi gelosamente tutti i sui segreti ed abilità nella costruzione. La scelta del legno era fondamentale, come lo era la bombatura e l’equilibratura. Tali scelte erano di carattere personale dovendo adattarsi alle caratteristiche fisiche di ogni lanciatore.
Un’altra fase importante era la cerchiatura (cerchio di ferro che circonda la Ruzzola) rispettando anche per questa ognuno la propria metodologia. Infine ogni Ruzzola veniva contraddistinta con un marchio o simbolo per ogni borgata partecipante.